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Posted by on 19 Lug, 2016 in news |

La strage di via D’Amelio: una ferita ancora aperta e dolorante della coscienza civica nazionale

La strage di via D’Amelio: una ferita ancora aperta e dolorante della coscienza civica nazionale

«Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto». Questo il ricordo drammatico dell’unico sopravvissuto alla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, l’agente Antonino Vullo, in cui persero la vita il giudice Salvatore Borsellino e 5 uomini della scorta. Ad attendere il giudice sotto la casa della madre una Fiat 126 rubata caricata con 90 kg di esplosivo.

Borsellino muore barbaramente appena un mese dopo il suo amico Giovanni Falcone, fatto fuori il 23 maggio dello stesso anno sulla A29. Erano i volti del pool antimafia, strenui e coraggiosi fautori di una battaglia frontale a Cosa Nostra.

Vissero la loro battaglia, spesso, in assoluta solitudine. Furono osteggiati da pezzi importanti dello stato (con la s minuscola), forse perchè si spinsero troppo in là con le loro indagini, individuando le pericolose relazioni tra l’apparato statale e Cosa Nostra. Come ricorda lo stesso Borsellino nella sua ultima uscita pubblica prima del vile attentato, Falcone fu tradito da qualche Giuda nel suo tentativo di entrare nel Csm al posto di Antonino Caponnetto nel 1988. “Giovanni iniziò a morire nel gennaio dell’88, quando il Csm lo fece fuori con motivazioni risibili preferendo Antonino Meli”.

Troppe ombre sulla barbara fine dei due giudici antimafia, troppi elementi che fanno sempre più palesare come ci siano responsabilità che vanno oltre Cosa Nostra, e che arrivano nei gangli dello Stato. “Siamo cadaveri che camminano”, dichiarò Borsellino dopo la morte del caro amico e collega Falcone, citando Ninni Cassarà. Era consapevole dei rischi che correva, “abbiamo scelto di correre questi rischi che, più che rischi, sono certezze”.

Borsellino sfidò apertamente la politica che osteggiava la loro azione investigativa, disse che non facevano nulla per supportare la loro attività, ma che sarebbero stati pronti a presenziare ai loro funerali in pompa magna.

Sui veri mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio una montagna di processi, rinvii, sentenze ribaltate, verità mai svelate, a riprova della cattiva fede dei grigi apparati dello stato. Non è mai stata fatta luce sulla sparizione dell’agenda rossa di Borsellino, dove annotava minuziosamente ogni giorno tutto ciò che faceva, gli incontri, le riflessioni a margine. Da una ripresa video si vede il capitano dei carabinieri, Giovanni Arcangioli (che poi verrà promosso al grado di colonnello), che scappa via con la borsa del giudice, pochi minuti dopo la strage. La cavillosa macchina della giustizia non farà mai luce sulla vicenda, ribaltando in Cassazione una sentenza di condanna nei confronti dell’alto esponente delle forze dell’ordine.

Riflettiamo oggi, nell’anniversario della strage, sulla solitudine di questi uomini, adesso rivalutati a livello iconografico come Che Guevara: simboli dell’antimafia, uccisi da silenzi, omissioni, coperture, zone grigie mai rischiarate. Riflettiamo su questa cupa pagina della storia nazionale, approfondiamo i fatti. Scopriremo il significato autentico dell’espressione: la mafia dell’antimafia.